Capri-Revolution: l’arte come libertà e ricerca del bello. Martone fotografa una donna e la sua crescita interiore.

Nei primi anni del ‘900 l’isola di Capri diventa il luogo prescelto da un gruppo di giovani del nord Europa per la fondazione di una comunità, poligama e vegetariana, tesa a fare dell’espressione artistica  e del rispetto per la natura uno stile di vita.
La comunità, guidata dal pittore inglese Seybu (Reinout Scholten van Aschat), non viene vista di buon occhio dagli isolani, i quali restano saldamente ancorati ad una identità tradizionale, incarnata pienamente anche dalla giovane capraia Lucia e dalla sua famiglia.
Tuttavia Capri, seppur circondata dal mare, non può sfuggire al progresso e alle novità. Ed è così che sull’isola arriva l’energia elettrica e con essa Carlo (Antonio Folletto), un giovane medico condotto fautore di idee progressiste e vicino agli esuli russi intenti a sognare la rivoluzione.
Lucia, guidata da Seybu, si lascerà pervadere dagli ideali di libertà e dalla ricerca del bello insiti nella comunità, fino ad abbandonare il tetto natìo e con esso la sua famiglia, le cui redini sono passate in mano ai due fratelli (Gianluca Di Gennaro ed Eduardo Scarpetta), retrogradi e possessivi, in seguito alla morte del padre.
Le vite di tutti saranno scosse dai presagi di guerra all’orizzonte. La chiamata alle armi sottrarrà inesorabilmente giovani all’isola. Alcuni partiranno perchè costretti, altri da volontari. E poi c’è Lucia, non più figlia e sorella, ma ormai donna libera, incapace di tollerare l’odore di morte che aleggia in Europa per via della guerra, trasformata completamente dalla sua personale rivoluzione interiore.
Questo è Capri-Revolution di Mario Martone, pellicola con cui il regista napoletano chiude la trilogia sul mondo dei giovani e la loro iniziazione al sentimento e alla formazione intellettuale.
Assolutamente convincente Marianna Fontana (una delle due gemelle di “Indivisibili”) nel ruolo di Lucia. I tratti della giovane nelle vesti di pastorella sembrano usciti da un settecentesco biscuit di Capodimonte, così come è forte l’impatto che si ha nel vederla in abiti dal tessuto leggero e trasparente, sintomatici della maturazione intellettuale (Lucia impara a leggere e scrivere, trascorre tempo nella lettura di capolavori letterari ed apprende l’inglese) e sessuale, che però in qualche tratto risulta un po’ forzata in relazione al breve lasso temporale attraverso cui si snoda il canovaccio.
Lucia si spoglia letteralmente degli abiti grezzi che sembrano attanagliarle i pensieri e le aspirazioni.
Scioglie i lunghi capelli corvini quasi a dipanare il groviglio in cui le arcaiche, secolari ed immutate tradizioni isolane l’avevano confinata.
La pellicola è una continua fusione di bellezze paesaggistiche e nudità dei corpi, perfetti esteticamente pur risultando volutamente acerbi, quasi come virgulti che via via si modellano al chiarore delle fiaccole durante le danze notturne in un bosco sacro.
Ma non è mai carne, non c’è mai malizia, la fisicità, seppur palesata continuamente, non eguaglia nè corrompe mai la bellezza interiore che squarcia il buio e pervade tutto.
La pellicola è intrisa di contenuti importanti ma non sempre essi riescono a venir fuori al meglio. Spesso i dialoghi restano intrappolati in una dimensione estetica, facendo sì che il tutto scorra come una disquisizione puramente filosofica, togliendo quindi incisività al messaggio originario.
Non del tutto convincente il finale, in cui Lucia non appare poi così padrona del proprio destino come ci si aspetterebbe da una moderna eroina. Anzi, traspare un’incapacità di trovare un personale posto nel Mondo, inadeguatezza per la quale la protagonista finisce per non sentire più suoi persino gli ideali ampiamente liberali e naturalistici della comunità.
Va quindi un po’ a perdersi l’intento che dall’inizio anima la pellicola, ed in contemporanea viene scalfita quell’aura di perfezione creata costantemente attorno alla ricerca del bello, quasi a lasciar intendere l’avvenuta valicazione di un immaginario confine tra la purezza operosa degli intenti e la vacuità dell’ozio fine a se stesso.
Martone fotografa sapientemente una donna e la sua crescita interiore, creando un film straordinario e delicato, destinato a diventare un cult del genere drammatico.
Tuttavia, mentre scorrono i titoli di coda, si insinua nello spettatore l’idea di una sorta di Revolution compiuta pienamente da un punto di vista intellettuale ma non in grado di appagare interiormente chi l’ha vissuta.

 

 

 

 

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