Paccheri ai frutti di mare: il “suono” della Napoli verace a portata di piatto

Metti una domenica svogliata, una di quelle in cui per via del caldo impietoso di mettere il piede fuori non se ne parla proprio. Aggiungi la voglia irresistibile di profumo di mare e la connaturata irrinunciabilità, tutta partenopea, ad un pranzo luculliano per santificare il settimo giorno. Mescola quanto basta e con un po’ di impegno e maestria otterrai una soluzione deliziosa al fresco dell’aria condizionata casalinga: mesdames et messieurs vi presento i Paccheri ai frutti di mare.
Oggi primizia della gastronomia, un tempo questo formato di pasta era invece un cibo per poveri, in quanto di essi ne bastavano pochi per riempire un piatto.
Questi particolari maccheroni, chiamati anche Schiaffoni, devono il loro nome curioso al fatto che, abbinati ad un sugo liquido, quando versati nel piatto emettono un suono simile ad uno schiocco di palmo di mano, ovvero uno schiaffo benevolo dato a mano aperta, la classica pacca sulla spalla o pacchero in dialetto napoletano.
La fortuna di questo formato di pasta si ebbe essenzialmente con l’arrivo del pomodoro sulle tavole europee, cosa che avvenne nel XVII secolo. Il connubio risultò sùbito vincente ed il pomodoro divenne la base per qualsiasi tipo di condimento in cui calare i paccheri, non fosse altro per il fatto che l’Agro Nocerino-Sarnese divenne un polo di produzione primario per il particolare e succulento frutto (si signori, il pomodoro è erroneamente considerato un ortaggio! Trattasi invece di un frutto).
Non mancarono però i detrattori, sembra infatti che questi maccheroni fossero particolarmente invisi a Giacomo Leopardi, il quale dovette trovarseli spesso nel piatto durante il suo lungo soggiorno alle falde del Vesuvio.
Alimentarsi con la pasta divenne infatti a Napoli un’abitudine quotidiana, tant’è che i partenopei si guadagnarono l’appellativo di mangiamaccheroni.
Vi erano in realtà notevoli differenze di alimentazione tra i vari Regni in cui era suddivisa l’Italia prima dell’unità. Tant’è che l’altra faccia della medaglia era rappresentata dai polentoni, così definiti per il fatto che si cibavano tendenzialmente di polenta, cibo popolare più adatto ai climi rigidi ma nutrizionalmente meno bilanciato rispetto alla pasta, piatto principe, appunto, della cucina mediterranea.
Bene, fatto il doveroso excursus storico, è cosa buona e giusta descrivere da quale fumante, delizioso e profumatissimo condimento verranno accompagnati i nostri paccheri: olio extravergine di oliva (io preferisco quello di fattura più grezza del Cilento), pomodorini del piennolo (tipici del vesuviano, quelli col pizzo per intenderci), ‘na ntecchia di peperoncino, vongole veraci, cozze, telline e gamberoni. Ovviamente tutto pesce freschissimo, siamo a Napoli, scusate se è poco.
Per la pasta non ho dubbi. Mi affido ai Maestri Pastai Rummo, selezione “Le Leggendarie”.  Lenta lavorazione, trafilatura al bronzo ed eccezionale tenuta in cottura fanno di questi paccheri un must irrinunciabile in cucina.
Per non parlare del piacevolissimo involucro in carta doppia che rimanda alla migliore ed antica tradizione pastaia campana. Insomma 500 grammi di goduria al tatto, alla vista, all’olfatto, al gusto e anche all’udito. Del resto sono paccheri…versateli nel piatto ed ascoltate il suono della Napoli antica e verace. Non dimenticate di finire con il prezzemolo sminuzzato a mano, (sarebbe un delitto una simile domenticanza!)…e Favorite!

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