Road trip lungo i Decumani. Dove tutto è storia, anche lo streetfood

Risalenti alla fine del sesto secolo a.C., i Decumani sono tra le strade più antiche di Napoli.
Pur avendo origine greca, il loro nome deriva dal latino “decumanus”, termine utilizzato nell’antica Roma per indicare una strada che, correndo da est ad ovest, divideva le città secondo una pianta ortogonale.
I Decumani, dal 1995 dichiarati Patrimonio dell’Unesco, sono tre: Superiore, Maggiore ed Inferiore. Essi si intersecano ad angolo retto con stradine secondarie definite cardines, ovvero nient’altro che i famosissimi vicoli del centro storico di oggi.
Poco battuto da itinerari turistici, tanto da essere definito “dimenticato”, il Decumanus Superior è essenzialmente assimilabile a Via della Sapienza e Via dell’Anticaglia, in cui sono ancora visibili i contrafforti  dell’antico teatro di Neapolis.
Lungo il suo percorso ritroviamo luoghi degni di nota come il monumentale Complesso degli Incurabili con all’interno lo storico ospedale fondato nel 1521 da Maria Lorenza Longo ed attualmente sede del Museo della Arti Sanitarie, ed una quasi del tutto intatta farmacia settecentesca, realizzata da Bartolomeo Vecchione sui resti di un’antica spezieria del ‘500 ed ancora contenente 400 vasi di maiolica originali del tempo.
Il Decumano Inferiore è il più lungo dei tre. Esso divide la città la città di Napoli in due parti percorrendo il tratto che va dalla collina del Vomero fin giù al quartiere Forcella.
Proprio per questo motivo è chiamato “Spaccanapoli”.
La sua conformazione originaria ha subìto nel tempo diverse modificazioni, di cui quella più drastica nel ‘500, quando il Viceré Don Pedro de Toledo decise di allineare il decumano con una strada dei Quartieri Spagnoli.
Tantissimi i tesori da scoprire lungo il suo percorso: il complesso monumentale di Santa Chiara in Piazza del Gesù ed il suo spettacolare chiostro maiolicato con affreschi di Giotto. Proprio di fronte si trova la Chiesa del Gesù Nuovo, caratterizzata da una facciata completamente in bugnato, diversamente dall’interno in pieno stile barocco.
Il centrale dei tre Decumani è detto il Maggiore e coincide in gran parte con Via dei Tribunali. Lungo di esso ritroviamo La Chiesa delle Anime del Purgatorio ad Arco, meglio conosciuta come ” ‘a Chiesa d’ ‘e cape ‘e morte”, luogo particolarissimo in cui si perpetua il dialogo tra i vivi e morti;  il Palazzo Filippo D’angiò, rarissimo esempio di arte gotica a Napoli; la Chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, la Basilica di San Lorenzo Maggiore ed uno degli ingressi della Napoli Sotterranea, in Piazza San Gaetano. Da qui, scendendo, inizia Via San Gregorio Armeno, centro nevralgico della tradizione presepiale napoletana. Il decumano maggiore arriva fino a Piazza Bellini passando per Port’Alba, zona nota per le piccole librerie dove non è difficile trovare vinili e rarità editoriali a prezzi da affarone.
I Decumani si lasciano percorrere affascinando ad ogni angolo il visitatore. Ma non sono solo gli occhi a goderne, infatti lungo questi percorsi lo streetfood, ovvero il cibo da consumare lungo il cammino, la fa da padrone. Lungo i decumani inferiore e maggiore è praticamente impossibile resistere all’assaggio di una pizza fritta oppure di una pizza a portafoglio o a libretto che dir si voglia, da mangiare in piedi,  piegate in quattro ancora fumanti. E come dire di no ad una calda sfogliatella? In zona Piazzetta Nilo se ne possono gustare di eccellenti prodotte rigorosamente secondo la ricetta originaria.
Nel punto più estremo di via Tribunali è fortunatamente ancora possibile imbattersi in un tipico “banco dell’acqua” o “acquafrescaio”, uno degli ultimi rimasti in città. Signori, siamo al banco di Carmnella, un tempo erogatore della preziosissima  “acqua d’e mummarelle”, proveniente da una fonte minerale sulfurea ritenuta un’autentica panacea per molti dolori fisici, oggi tradizionale chiosco in cui gustare premute di arancia e limonate preparate al momento.
Percorrendo a ritroso Via Tribunali vale assolutamente la pena mettersi in fila per accaparrarsi un cartoccio di friggitoria e, insieme ad esso, bocconi di storia partenopea. Già, perchè crocchè, arancini e frittatine di maccheroni sono ripieni tanto di ingredienti deliziosi quanto di un passato nobile.
Sembra infatti che i panzarotti, perchè è così che a Napoli si chiamano i crocchè, siano la versione “povera” delle iberiche croquetas de jamon, ricetta approdata nelle case partenopee durante la dominazione spagnola.
Così come, stando a quanto per tradizione viene riportato, la diffusione degli arancini di riso, in versione napoletana si ebbe con i Borbone. Sembra infatti che i monzù, cuochi di corte durante il Regno delle Due Sicilie, presero a valorizzare il riso, considerato fino ad allora un cibo povero, facendone un piatto ricco e degno di commensali nobili e, nondimeno, praticissimo da mangiare con le mani durante le battute di caccia.
La frittatina di maccheroni altro non è che un modo di consumare senza nè piatto nè posate una porzione di pasta. Questa usanza ha natali antichissimi, basti pensare che, ben prima che si diffondesse l’utilizzo della salsa di pomodoro, i vicoli di Napoli erano battuti palmo palmo dai “maccaronari” che vendevano su carretti pasta lunga già cotta condita con olio, sale, pepe e formaggio. I maccaronari segnalavano la loro presenza con il grido “Doje allattante!”, ovvero un pasto nutriente per due centesimi.
In effetti spesso si sfamavano intere famiglie con poche porzioni da pasta, mangiata rigorosamente con le mani, per così dire “alla lazzarona”, proprio come usava mangiarla anche Re Ferdinando I di Borbone, detto, proprio per i suoi modi poco aderenti alle etichette,  Re Lazzarone.
Ma come si è diffusa la fama di Napoli come patria del cibo di strada? La risposta va cercata nel 1600, quando era in voga tra i giovani dell’aristocrazia europea visitare le città protagoniste delle civiltà greco-romane, al fine di perfezionare il sapere in ambito di arte e cultura. Ebbene, l’ultima tappa del Grand Tour (questo il nome del lungo viaggio che comprendeva tutta l’Europa continentale) era proprio Napoli.
Giunti in territorio partenopeo, i giovani visitatori rimanevano colpiti dal brulicare dei vicoli e, soprattutto, dagli scugnizzi e dagli scansafatiche che si crogiolavano in un dolce far niente mangiando bocconi di pasta con la testa reclinata all’indietro e il braccio penzolante dall’alto verso il basso. Esterefatti per questo strano e noncurante modo di vivere praticamente per strada, i rampolli  annotavano tutto sui loro taccuini e, una volta tornati in patria, raccontavano quanto visto con dovizia di particolari, tant’è che poi divenne quasi un’attrazione per turisti il recarsi di sera in zona Vicaria per vedere come un napoletano verace di qualsiasi età mangiasse i maccheroni avvolgendoli con maestria a spirale mentre penzolavano sospesi tra mano e bocca…il resto è storia dei giorni nostri.

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