Dagli anni ’80 ad oggi. Quando, come e perché dei tormentoni estivi

I primi anni ’80 sancivano la diffusione delle emittenti radiofoniche libere.
Proprio in quegli anni un ironico e provocatorio Bennato cantava Sono solo canzonette, brano orecchiabilissimo ma che sottendeva tra le righe un messaggio palese per i critici musicali dell’epoca e per i cosidetti “cantautori impegnati” suoi contemporanei:
non aspettatevi nulla dalla mia musica se non che sia semplice e che arrivi alle persone.
Bennato, nel restituire leggerezza al panorama musicale, aveva avuto certamente l’occhio lungo.
La logica del numero di passaggi radiofonici come indice di successo cominciava infatti ad andare di pari passo con la semplicità di fruizione del testo. Più era orecchiabile il brano più era favorita la sua diffusione repentina, in quanto alla radio poteva essere ripetuto più e più volte senza mai risultare stucchevole.
Nascevano così, complice la miriade di emittenti locali, i primi tormentoni musicali.
L’avvento di internet e l’entrata nel nuovo millennio avrebbero poi velocizzato il tutto.
I brani musicali cominceranno infatti ad essere ascoltati online, scaricati direttamente sui pc, inseriti come suonerie dei cellulari.
La rete assurgerà ad interconnessione globale e finirà per essere lo specchio di una società dai gusti sempre più massificati e velocemente mutevoli.
Le etichette discografiche si piegheranno all’evidenza del fatto che ciò che “tira” oggi potrebbe non piacere domani. E non sarà la musica a fare  eccezione. Ormai lontanissimi, e non solo temporalmente, dal ’90, anno in cui usciva Oltre, concept album di Claudio Baglioni, rimasto per più di 40 settimane in vetta alle hit parade italiane.
Gli stessi artisti entreranno nella logica del creare un prodotto che faccia il boom in un’estate, salvo poi finire nel dimenticatoio o essere, ben che vada, rispolverato in una serata revival.
La crisi economica favorirà, soprattutto tra i giovani, l’aspirazione ad uno stile di vita irraggiungibile: paesaggi caraibici, cocktails a go-go, fiesta latina ed ammiccamenti vari.
Ed è così che da almeno un decennio le nostre estati sono terra di conquista per i rapper della West Coast americana, tutti catena al collo, anelli bling-bling e berretto da baseball rigorosamente griffato, che probabilmente nemmeno sanno cosa abbiano rappresentato negli anni ’80 i block party nel Bronx.
Fatto sta che, nell’imperversare dei vari ed onnipresenti Alvaro Soler, Luis Fonsi, Camilla Cabello, c’è chi non ci sta ad essere surclassato da cantanti d’oltreconfine e tenta un’operazione nostalgia.
Il fenomeno si era imposto già l’anno scorso con il duo Takagi & Ketra, produttori musicali per nulla amanti dei riflettori e provenienti da due reatà diversissime tra loro (uno faceva parte della boyband Gemelli DiVersi, l’altro del gruppo reggae Boom Da Besh), che con L’esercito del selfie, pezzo dalle sonorità in pieno stile anni ’60, hanno messo a nudo la frivolezza della società attuale tutta apparenza e poca sostanza.
Stesso dicasi per i The Giornalisti che, appena un anno fa, promuovevano il mito delle vacanze in Romagna in stile anni ’80 con la loro Riccione.
Il  2018, in termini di tormentoni estivi, non sembra distaccarsi da questa tendenza.
Italiana di Fedez e J-Ax, come uscita da una Polaroid di trent’anni fa, si candida ad essere una delle hit di questa estate. Non da sola però, certamente a pari merito con Paracetamolo di Calcutta, capace di immergere chi l’ascolta in suggestioni psichedeliche con un evidentissimo rimando alla svampita genialità di Rino Gaetano.
A conti fatti e dopo ripetuti tentativi di ascolto verrebbe da dire che di contenuti ce ne sono davvero pochi e tutto si esaurisce in un refrain che va avanti per inerzia.
A lanciare il salvagente alla musica italiana questa estate ci penserà per fortuna un brano intimista e pieno di riferimenti al grande Gaber.
Quando meno ce lo saremmo aspettati, Ghali, rapper italo-tunisino venticinquenne, ti
sfodera Cara Italia, un ritratto del Bel Paese in un momento storico incentrato sulla gestione dell’immigrazione. Il suo sound invade tutto, come un vento che vuole stravolgere i luoghi comuni e dissentire da una classe politica deficitaria nel creare un clima di distensione irrinunciabile per il bene comune.
L’ascolti una, due, tre volte di fila e intanto pensi “no, non sempre sono solo canzonette”.

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