Pino è…Top & Flop dell’evento musicale dell’anno

In 45mila ieri sera al San Paolo per Pino è, il live tribute in memoria di Pino Daniele.
Una cinquantina gli artisti coinvolti in quello che si attenteva fosse ed infatti è stato “il più grande tributo live della musica italiana”.
Ad aprire il concerto Lorenzo Jovanotti, dietro di lui un vero e proprio esercito della canzone italiana: Eros Ramazzotti, Paola Turci, Gianna Nannini, Giuliano Sangiorgi, Francesco Renga, Emma Marrone, Biagio Antonacci, Claudio Baglioni, Alessandra Amoroso, Elisa.
Via via che le canzoni venivano snocciolate, sui social impazzavano i commenti di gradimento e di bocciatura: da un lato gli integralisti del dialetto partenopeo decisi a non tollerare l’evidente difficoltà non solo linguistica ma anche e soprattutto emozionale della maggior parte dei big del panorama italiano, dall’altro i fautori dell’applaudire sempre e comunque l’intento originario e lo scopo solidale della serata.
“A Mantené ‘o carro p’ ‘a scesa” ci pensano James Senese, Tullio De Piscopo, Tony Esposito, Enzo Gragnaniello, abilissimi a colmare il divario tra passato e presente.
Apprezzabile la ricerca operata dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare con Tony Cercola e Raiz, perfettamente tarati sul brano Donna Cuncetta.
Riuscito il connubio tra Giuliano Sangiorgi dei Negramaro e l’attore Marco D’Amore. Bello l’accostamento tra musica e il collage di frasi tratte dai brani di Pino.
Certo, alcune voci hanno magistralmente onorato “Pinuccio”. Come non restare incantati da Giorgia e dalla sua versione di Questo Immenso? Come non apprezzare la classe della Signora Mannoia? Lei, eterea e composta, preparatissima tanto sulla pronuncia del dialetto quanto sul coinvolgimento interiore necessario per cantare Pino.
Per non parlare del duetto De Gregori-Avitabile, un momento di pura magia in cui diventa possibile addirittura “contaminare” una intoccabile Generale.
Gioca in casa Irene Grandi proponendo il duetto Se mi vuoi. Scelta azzeccata anche quella di Antonello Venditti che decide di cantare la sua Notte prima degli esami, per poi raccontare un’aneddoto che svela l’indole giocosa e “pazziarella” dell’amico scomparso: una volta Pino gli ha regalato un set completo per tintura di capelli.
Commozione profonda con Massimo Ranieri, bravissimo nello scovare una delle primissime perle del “Musicante” partenopeo.
La sua interpretazione in Cammina cammina è un colpo al cuore. Massimo, con la mimica e la voce accorata tocca con maestria, forse pari a quella dell’autore, il delicato tema dell’avvicinamento all’ora della morte e della solitudine negli anziani.
C’è spazio anche per il rap: Clementino e J-Ax convincono, del resto Pino si era avvicinato a loro proprio nel suo percorso di sperimeantazione verso nuovi sound.
Non manca qualche azzardo di troppo, vedi una Teresa De Sio con  l’accentuazione esasperata della napoletanità e l’ostentazione di una finta contentezza.
Come pure l’accoppiamento tra un Federico Zampaglione, verrebbe da dire “non pervenuto”, e una disorientata (ma a lei si perdona questo ed altro) Ornella Vanoni.
Resta il punto interrogativo sul motivo della presenza, oltre che sulla performance, de “Il Volo”. Peccato per Mario Biondi (lui sì che ha duettato in più di un Festival del Jazz con
l’ “uomo in blues”), trovatosi, suo malgrado, in questo strano e mal riuscito abbinamento.
C’è anche chi ha fatto di tutto per beccare dei fischi e nel farlo non ha nemmeno cantato. Enrico Brignano riesce a far peggio di un impacciatissimo Panariello.
Da mattatore, accomuna Napoli a Roma, parla del quartiere Prati assimilandolo a Capodimonte o alla Sanità, incentra il discorso sull’emergenza immondizia per poi concludere il monologo sull’attitudine dei meridionali ad imprecare nel traffico.
E vai con una serie di improperi declinati dal comico rigorosamente in napoletano.
Brignano toppa, non fa ridere, viene contestato sui social e, mi sia consentito dirlo, a ragion veduta. Testo imbarazzante e stereotipato, lontanissimo dall’essenza di Napoli.
Il finale è di tutto rispetto, racchiude in sè la capacità intrinseca di Pino di essere aldilà del tempo, delle generazioni, dei contesti socio-culturali.
L’aria è investita di una spontanea sacralità. Sono l’una e trenta di notte e lo stadio ancora colmo intona Napul’è.
E non c’è bisogno più di niente e di nessuno, Pino è lì ed è lì il senso delle sue parole…
E allora sì, che vale ‘a pena e vivere e suffri’. E allora sì, che vale ‘a pena e crescere e capi’. Credere ancora all’amore, farsi portare un po’ di più, oppure è tutta suggestione questa vita“.

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