Come Napoli ti salva la domenica

Una domenica di inizio estate, solleone neanche fosse ferragosto.
Restare a casa assicurerebbe totale immunità da un caldo inaspettatamente torrido ma, probabilmente, lascerebbe terreno fertile all’apatia che è già nascosta dietro l’angolo per via del campionato appena finito e dei Mondiali di calcio che purtroppo, questa volta,  vede l’Italia grande assente.
No grazie, noia non l’avrai vinta! Qualcosa si dovrà pur fare in questa domenica di giugno! E se non deve averla vinta l’apatia, al bando anche l’auto, il traffico e le sovrastrutture mentali…jeans, scarpette comode e di corsa alla metropolitana.
Napoli salverà questa domenica! Ma come, ci si potrebbe chiedere, questa città è in grado di stupire anche chi è abituato a guardarla tutti i giorni?
Ebbene si. La città della sirena Partenope non appare mai banale nè scontata.
La si può vivere ogni giorno, percorrerla per anni nel roboante tram tram della frenesia quotidiana, lei offrirà sempre un nuovo volto, bellissimo ed inaspettato.
E’ un attimo ritrovarsi sul “Lungomare liberato”. Ancor più veloce è farsi contagiare dallo sciame che si dirige verso Castel dell’Ovo, fosse solo per beneficiare della frescura offerta dalle mura tufacee che originano dall’antico isolotto di Megaride, luogo in cui, secondo la leggenda, fu sepolto il corpo della sirena Partenope, suicidatasi dopo il rifiuto di Ulisse.
Probabilmente il castello fu eretto per onorare il culto pagano della sirena intorno al 1100  d.C., poi divenne fortezza con i Normanni ed infine Residenza Reale con gli Angioini.
Il nome curioso dell’edificio è legato ad una delle più fantasiose leggende di origine medioevale, secondo la quale il poeta Virgilio avrebbe nascosto nei sotterranei del castello, all’interno di una gabbia appesa ad un ramo di quercia, un uovo incantato sistemato in una caraffa di vetro piena d’acqua. Il nascondiglio è rimasto segreto fino ai giorni nostri in quanto divenne credenza popolare che finché l’uovo non si fosse rotto la città e il castello sarebbero stati protetti da ogni tipo di calamità.
Percorso il ponte sul mare si entra nell’atrio e ci si immerge in un silenzio surreale. Nessuno si ferma lì se non per un brevissimo lasso di tempo.
Tutti entrano e si inerpicano su quella che è l’unica stada interna del maniero.
Decido di imitarli, turista nella “mia” Napoli.
Il castello reca in sè i segni della sua esistenza millenaria. Visitandolo ci si imbatte nel “Carcere della Regina Giovanna“, così chiamato perchè ivi fu imprigionata Giovanna D’Angiò, sovrana di Napoli, deposta nel 1381 dall’infedele nipote Carlo D’Angiò-Durazzo.
Lungo il cammino si incontra una delle due torri ancora visibili, quella di “Normandiacostruita per volere di Guglielmo il Malo, e sùbito dopo la Chiesa del Salvatore in cui si conservano resti di affreschi tardo bizantini.
Ciò che non è noto a tutti è che il castello fu anche un monastero.
Nei primi del ‘900 furono infatti ritrovati i “romitori“, ovvero numerose celle scavate nella roccia tufacea ed unite tra di loro da un fitto percorso di cunicoli.
In epoca antecedente l’arrivo dei normanni, gli alloggi ospitarono prima i monaci basiliani e poi le suore dell’ordine di Santa Patrizia.
Proprio intorno a questa Santa ruota un’altra leggenda partenopea secondo cui Patrizia, vissuta intorno al VI secolo d.C. e discendente di Costantino, decisa a mantenere il voto di castità nonostante l’imperatore l’avesse già promessa in moglie, fuggì con le sue ancelle verso Roma approdando sull’isolotto di Megaride dopo un naufragio.
Qui si nascose e visse per un po’ elargendo ai poveri tutti i suoi averi ma dopo poco morì per una malattia fulminante. I resti della Santa sono tuttora ospitati a Napoli nel monastero di San Gregorio Armeno.
Salendo nella parte più alta del castello si arriva ad un’enorme terrazza sul mare da cui si può ammirare l’intera città fino al porto di Mergellina e dall’altro lato il Vesuvio, la penisola sorrentina e l’isola di Capri.
Castel dell’Ovo fu duramente danneggiato nel periodo Aragonese. Con l’avvento dei Vicerè Spagnoli prima e dei Borbone poi, fu completamente persa la funzione di dimora reale. Divenne prigione ed avamposto militare da cui gli spagnoli bombardarono la città durante i moti di Masaniello.
Durante il periodo del “Risanamento” il castello scampò all’abbattimento per poi rimanere nell’incuria fino al 1975, anno dei primi restauri.
Attualmente Castel dell’Ovo è parte integrante del “Borgo Marinari” popolato da rinomati circoli nautici e caratteristici ristorantini, naturale evoluzione dei “Café Chantant” che ai primi del ‘900 popolavano il quartiere Santa Lucia.
Lasciandosi alle spalle l’imponente maniero si viene catapultati nuovamente nel brulicante passeggio domenicale sul lungomare. Dato che l’occhio vuole la sua parte ma anche la pancia, non c’è decisione più saggia dell’ accomodarsi in uno dei ristoranti che ti permettono di pranzare con una vista mozzafiato sul golfo.Perfettamente calata nel ruolo autoimpostomi di turista a casa mia, ordino una pizza.
Poi, come da tradizione, caffè e ammazzacaffè.
Non resta che ripercorrere la strada a ritroso e tornare a casa, perchè no, ora a non fare assolutamente nulla, visto che, come tante altre volte, ci ha pensato la mia Napoli a rendere unica una domenica qualunque.

 

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